-Il voto di condottaSul voto in condotta abbiamo realizzato un approfondimento riportando anche il parere di alcuni docenti ("L'Eco della scuola nuova" n.2/2002)
Si è tornati a parlare del "voto in condotta", a seguito del DdL Moratti che, all'art.3, fa riferimento alla valutazione
"degli apprendimenti e del comportamento degli allievi". E' un tema da sempre presente nell'orizzonte scolastico e la cui riproposta ha suscitato nell'opinione pubblica un confronto animato approdato anche sulla stampa.
Tra favorevoli e contrari , tra vecchi stereotipi del passato e fumosità del futuro, l'argomento ci propone questioni ampie, complesse, ci interroga sul significato della "centralità" degli studenti nel sistema scolastico, visti come principale risorsa da valorizzare, e sul ruolo della scuola sul piano educativo. Pur nelle connessioni reciproche tra i risultati conseguiti nelle singole aree disciplinari e il comportamento degli studenti, non è agevole ricorrere a uno stesso strumento valutativo per ambiti profondamente diversi. Nello stesso art.3, emerge la contraddizione tra la pluralità degli apprendimenti disciplinari (oggetto sia di periodiche valutazioni sia del bilancio finale di carattere complessivo) e il comportamento dello studente (singolare in quanto appartiene a ciascuno, ma che può variare nella relazione con gli insegnanti altrettanto singoli e a volte singolari) e non può essere frazionato sulla stessa periodicità degli apprendimenti disciplinari né può acquistare un valore ultimativo e sanzionatorio nella valutazione sommativa di fine quadrimestre e di fine anno. Si rinvia a una pericolosa sovrapposizione tra verifica di apprendimenti e di conoscenze acquisite in determinate scansioni di tempo e valutazione, in termini di attribuzione di valore, del percorso complessivo compiuto da uno studente nell'arco dell'anno scolastico, che comprende una pluralità di aspetti. Per altro verso, come accordare studenti e famiglie visti come utenti clienti e una scuola che ricorre a strumenti di carattere disciplinare e che, a rischio di essere impopolare, presenta determinati modelli di comportamento all'insegna della buona educazione e magari dimostra severità nel perseguirli? Come reagiranno le famiglie? Per un verso sembrano bendisposte: i dati dell'indagine ISTAT riportati dagli Annali della Pubblica Istruzione n. parlano di 97 famiglie su 100 che chiedono il voto in condotta. Ma, per altro verso, qual è la disponibilità effettiva delle famiglie a riconoscere alla scuola spazi di intervento su aspetti di tipo comportamentale? E, soprattutto, come reagiranno quando dalle affermazioni di principio si passerà ai problemi dei propri figli? La questione non si semplifica se consideriamo che, tra le finalità della scuola, lo stesso Ddl inserisce la "formazione spirituale e morale degli studenti", che sembra rinviare a modelli unitari rispetto ai quali potrebbero trovare difficoltà a riconoscersi anche le famiglie che, pur apprezzando la buona educazione, danno un valore prioritario allo spirito critico e alla dimensione di un pensiero che sappia essere creativo e divergente, al dialogo che può sfociare nella polemica e abusare della pazienza degli adulti di riferimento, qualità che non sempre si affiancano, nelle fasi adolescenziali, a comportamenti esemplari da "bravi studenti". E' sicuramente un problema aperto, tra gli spazi delineati dallo "Statuto delle studentesse e degli studenti" (peraltro poco conosciuto e poco praticato), l'abolizione del voto in condotta, la difficoltà di ricorrere a sanzioni disciplinari e, per altro verso, la necessità, per la scuola, di delineare un sistema di regole condivise che possano valere per tutti, senza dover contare esclusivamente sulla mediazione di insegnanti e capi d'istituto più o meno carismatici, eoltre le posizioni difensive e giustificatorie ad oltranza di troppe famiglie quando si tratta dei loro figli. Sullo sfondo della questione, troviamo il progetto pedagogico che si esprime nella sua complessività nei confronti dei giovani dentro e fuori dalle aule scolastiche, ad esempio attraverso la revisione della giustizia minorile che per alcuni versi sta riproponendo, nelle modifiche del codice di procedura penale per i minori, interventi calibrati più su aspetti punitivi e repressivi che su quello del recupero e sembra ribadire la priorità del punto di vista giudiziario rispetto a valutazioni di tipo psico-pedagogico. E' un problema aperto, per la scuola dell'autonomia, che per gli aspetti disciplinari non potrà più contare sui regi decreti né scaricare sugli insegnanti e sui capi d'istituto responsabilità che chiamano in causa la capacità e il dovere di creare nella scuola un clima collaborativo essenziale per motivare gli studenti al successo come anche per favorire e dare senso al lavoro degli insegnanti. Un clima che deve essere basato sul comune intento di perseguire obiettivi cognitivi e comportamentali chiari e condivisi e con strumenti altrettanto chiari e condivisi per garantirne il rispetto. Riproporre tout court la valutazione del comportamento degli studenti e tradurlo in "voto in condotta" ha certamente il pregio di richiamare l'attenzione sul problema ma rischia anche di dare un rilievo eccessivo ad aspetti sanzionatori o di premio distraendo l'attenzione dai processi ad essi sottesi e dagli elementi che favoriscono o meno i comportamenti. L'obiettivo da realizzare è una scuola in cui i comportamenti siano improntati - e giudicati - sulla base di regole trasparenti che vincolano tutti, dagli studenti agli insegnanti, dai capi d'istituto alle famiglie. G.C. Non sono d'accordo con questo rilancio del voto in condotta che può solo ottenere l'adeguamento dello studente allo "standard" educativo nazionale: silenzio, passività, conformismo e rappresenta la consacrazione di malesseri e disagi. Se proprio vogliamo attribuirgli qualche esito positivo, al massimo potrebbe favorire l'orientamento e l'autovalutazione (Giuseppe Strazzulla, ITIS "Ferraris" di Acireale) Non condivido il "voto in condotta", soprattutto perché voluto in un contesto in cui la scuola rischia di essere adoperata per accentuare le differenze tra i ragazzi. Se l'alunno è stato capace di comprendere cosa ci si aspetta da lui e, dunque, è riuscito, indipendentemente dal suo modo d'essere, ad interpretare quel ruolo richiesto; credo che la condotta non vada valutata come fosse una "prestazione", può solo essere oggetto di una riflessione accettata in comune tra le parti e tesa a promuovere benessere attraverso l'analisi corretta dei comportamenti non solo del singolo ma anche del gruppo classe e del docente, perché la classe è un vero e proprio insieme. Il voto in condotta non può penalizzare né migliorare le effettive capacità cognitive dell'alunno; può essere uno strumento per far comprendere allo studente che il suo comportamento si inserisce in una fitta rete di interrelazioni cui bisogna guardare con attenzione per rendersi conto se il messaggio lanciato è giunto ed è stato compreso o no. Nell'attuale sistema, inoltre, rischia di diventare una modalità di esercizio del potere da parte di quei docenti che non vogliono né mettersi in discussione né confrontarsi. (Adriana Cantaro, Liceo scientifico "Boggio Lera" Catania) Per quanto mi riguarda, sono favorevole ad un 7 in condotta che riacquisti valore, altrimenti è inutile e trovo sgradevole il senso di impotenza di fronte al quale il docente si trova rispetto a comportamenti sgarbati e recidivi. Io mi sono sentita impotente di fronte a ragazzi che corrono per la classe e ti aggrediscono oralmente, perchè sono adolescenti, ma... io che c'entro?? è la domanda, certo devo capire e con il tempo l'atteggiamento cambia, fa parte della crescita.( è successo anche a me personalmente) e comunque devi accettare lo stress (certo, è il tuo lavoro) ma dei riferimenti devi pur darli...Mi sono sentita dire "bene, mi avete messo il sette in condotta, ma tanto non conta nulla".ed.è vero. Allora ridiamogli valore, ma non abbandoniamo il docente al disagio . Sono solo piccole considerazione, ma possono dare la misura di quello che è la scuola, un luogo in cui spesso è difficile operare. (Mariella Iannetti L.S. "Aristofane" Roma) Il ripristino del voto in condotta mi sembra si inquadri in una complessiva "restaurazione" e la riproposta di comportamenti e valori imposti e mai messi in discussione. Al contrario nello Statuto delle studentesse e degli studenti il valore della condivisione e del percorso da fare perchè le regole diventino parte della vita comune degli studenti è ben presente. Mi sembra quindi che il voto in condotta finisca con il valutare essenzialmente l'acritica adesione a modelli presentati come dominanti e vincenti (viene premiata soprattutto l'acriticità, l'"abbozzare", lo stare zitto anche quando non si è d'accordo in attesa di essere in posizione di imporre la propria visione). Il problema della "disciplina" a scuola ha molte facce: è un problema di condivisione, di interesse, di motivazione, di ruolo sociale dell'educazione: è troppo facile chiedere ad un voto di risolvere un problema che mi sembra epocale perchè mette in discussione i modelli di educazione che le famiglie ripropongono, acquisendole da mass media, valori sociali condivisi e dati per vincenti (es: la frode in bilancio non è più reato, no?). Di fatto ripristinare il voto di condotta è solo una mossa di facciata per fare sembrare la scuola "seria" e non cambiare veramente. Che senso può avere valutare la condotta se davvero il piano dell'offerta formativa viene calibrato sui bisogni dell'utenza, se il soggetto che apprende viene messo al centro del curricolo? (Anna Allerhand Docente. Membro, per la componente genitori, del consiglio di Istituto dell' ISI Machiavelli di Roma -sez. classica Gaio Lucilio). L'art.3,1,a) del ddl delega mi lascia alquanto perplessa per quanto riguarda la valutazione del comportamento degli allievi. Dalle espressioni- tanto scarne quanto fumose- non mi pare che emerga nulla di nuovo rispetto a quanto è da sempre prassi quotidiana nelle scuole di ogni ordine e grado: la valutazione effettuata da ciascun docente tiene conto sia del livello di apprendimento che delle modalità di comportamento degli allievi, intendendo per "comportamento" il livello di impegno,assiduità, puntualità, condivisione delle regole preposte a una civile convivenza. Semmai,una novità avrebbe potuto essere rappresentata dall'abolizione esplicita del voto di condotta come voce a sé stante, una volta accettata ufficialmente la valutazione del comportamento all'interno delle singole discipline. Di questo si discute da vari anni, senza alcun risultato.Credo che in realtà nulla cambierà: si continuerà ad attribuire nella maggior parte dei casi un voto di condotta uguale per tutti gli allievi; quanto ai famosi "7", essi continueranno ad essere assegnati -in rari casi- nel primo quadrimestre quale "avvertimento" (di dubbia efficacia). Per i casi di gravità eccezionale,esistono gli strumenti previsti dagli Organi Collegiali e dallo Statuto degli studenti e delle studentesse ( non messi in discussione dall'art.3,1,a),e le ricadute sul profitto andranno esaminate caso per caso." (Antonia Baraldi Sani IPCS Pantaloni Frascati, Roma) Il "rilancio" del voto in condotta non migliora la didattica né contribuisce ad elevare la valenza formativa della scuola; in compenso funge da deterrente per gli studenti che, nonostante tutto, riescono a mantenere un atteggiamento costruttivamente critico nei confronti delle istituzioni scolastiche. Gli alunni attenti, non ancora mortificati dell'imperante conformismo acritico, possono apparire assai fastidiosi in una scuola il cui fine, non esplicitamente dichiarato ma tuttavia assai evidente, sia quello di separare nettamente ricchi e poveri, privilegiando i primi ed assegnando ai secondi solo la funzione di contenitori di nozioni utili per la formazione di decerebrati esecutori di istruzioni, incapaci di autonomia. Disciplina esteriore e formazione armonica della personalità nella consapevolezza di sé e nel rispetto degli altri non sono la stessa cosa né hanno uguale valore. (Ma alla Moratti interessa solo la prima: che gli alunni non disturbino! Lasciatela lavorare!) (Gabriella Becherucci, Liceo scientifico "E. Boggio Lera " Catania)
Un Convegno sul voto in condotta(Iolanda Martinelli, S.M.S. "Majorana) Già prima del Ddl Moratti il mondo della scuola si interrogava sulla validità del ripristino del voto di condotta. Un recente Convegno sul tema, intitolato provocatoriamente "7 in condotta: ai ragazzi o agli adulti?" tenutosi a Roma presso la scuola media "Ettore Majorana" il 23 maggio 2001, ha permesso una riflessione tra genitori, ragazzi e professori. Genitori e professori della scuola, ciascuno all'interno del proprio ruolo e ambito, osservando la frequenza di nuovi comportamenti scorretti dei ragazzi, si sono interrogati sulla validità dei modelli di comportamento attualmente proposti dalla famiglia, dalla società, dai mass-media e dalla stessa scuola. Al centro della discussione, cui hanno partecipato il preside Rusconi, docenti ed esperti di educazione a livello universitario, vi era l'esigenza di individuare regole condivise sui comportamenti dei giovani nell'ambito scolastico. Per molti degli intervenuti la crescente tolleranza dell'indisciplina a scuola sarebbe conseguenza dell'eccessiva protezione dei ragazzi da parte delle famiglie. E' emerso così dal dibattito il problema del rispetto delle regole e del valore della sanzione, spesso vista come strumento terapeutico. Se da un lato parte dell'opinione pubblica proponeva il ripristino del voto di condotta, dall'altro molti genitori e professori presenti nell'aula magna sostenevano la necessità di migliorare la relazione tra giovani e adulti (7 in condotta agli adulti?), e quindi la comunicazione dei valori, per consentire ai ragazzi una crescita più consapevole. In tal modo, dunque, è possibile far comprendere ai giovani che il rispetto delle regole è funzionale al buon andamento della vita scolastica, in una scuola che educando al rispetto lasci spazio alla riflessione e apra le porte al dibattito costruttivo.
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